Ti trovi in:  Home news notizia
 

News


NOTIZIA



09-11-2019

QUEL MURO CHE DIVISE IL MONDO

Celebrati in Consiglio Comunale Straordinario i 30 anni della caduta del Muro di Berlino
Ascolta la notizia

Un Consiglio Comunale straordinario incentrato su uno degli eventi storici più importanti del XX Secolo, quello che sabato  9 novembre si è tenuto in Sala Consiliare per celebrare la ricorrenza dei 30 anni della caduta del Muro di Berlino. Per parlare di quei giorni e degli anni che portarono allo sgretolamento del Patto di Varsavia, Pescara ha ospitato   l’Ambasciatrice polacca in Italia, Dott.ssa Anna Maria Anders, testimone diretta della fine della Guerra Fredda.

Al saluto istituzionale del Presidente del Consiglio Comunale Marcello Antonelli, ha fatto seguito il saluto del Sindaco Carlo Masci e quello del Senatore Nazario Pagano, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Polonia.

Anna Maria Anders, Ambasciatrice della Repubblica di Polonia in Italia ha ripercorso gli anni che videro la Polonia capofila, con Walesa, di quel movimento che nel giro di pochi anni fece implodere i sistemi politici dei paesi del blocco dei paesi del Patto di Varsavia e trasformò profondamente la stessa Unione Sovietica. Il dibattito è stato moderato dal giornalista RAI Roberto Chinzari mentre in  Consiglio erano presenti alcune classi delle scuole superiori cittadine che hanno portato il loro contributo alla discussione.

Anna Maria Anders è una diplomatica polacca con cittadinanza britannica naturalizzata statunitense e dal 2016 è segretario di Stato nella Cancelleria del Primo Ministro e plenipotenziario del presidente del Consiglio dei ministri per il dialogo internazionale, senatrice della IX  legislatura e dal 2016 è Presidente del Consiglio per la Protezione della Memoria di lotta e martirio.

La diplomatica è figlia del generale Wladyslaw Anders ed presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione intitolata a suo padre che si occupa tra l’altro di concedere borse di studio per studenti di origine polacca provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica

 

Di seguito, il discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio Marcello Antonelli  

 

“Signor Gorbaciov, se lei cerca la pace, se cerca prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa dell’Est, venga a questa porta, apra questa porta, abbatta questo muro”.

Signor Sindaco, Assessori, colleghi consiglieri comunali, Autorità, gentilissimi ospiti tutti e, in particolare, care ragazze e cari ragazzi che siete qui in rappresentanza degli istituti superiori della nostra città, ho voluto aprire il mio saluto istituzionale con una celebre frase pronunciata dal Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan nel 1987, due anni prima che, in una mite notte d'autunno, il 9 novembre 1989, una rivoluzione pacifica di migliaia e migliaia di giovani e meno giovani, ponesse fine alla ingiusta e irrazionale divisione di un popolo, quello tedesco, che simboleggiava la divisione stessa in due fazioni del mondo, e decretasse, finalmente, l’abbattimento del Muro di Berlino dopo 28, lunghi, insopportabilmente lunghi, anni.

Oggi, trenta anni dopo, il nostro Consiglio Comunale ha scelto di celebrare, anzi di ricordare e raccontare soprattutto a chi non era ancora nato, con una seduta straordinaria dell’Assise civica, una data memorabile e una pagina straordinariamente importante della storia recente d'Europa, una pagina che buona parte degli amministratori seduti su questi banchi porta ben impressa nella propria mente e, permettetemi, ricorda tra le emozioni più forti mai provate nella propria vita. Dal 1961 al 1989, quel muro grigio, circondato da filo spinato, da soldati e da torrette di avvistamento per individuare e uccidere chi tentava di scappare da Berlino est verso Berlino ovest, ha rappresentato, come dicevo, il simbolo, l’immagine fotografica più eloquente di una divisione, quella post-bellica, del mondo.

Quel Muro è stato la prova tangibile, concreta, della guerra fredda, quella giocata a distanza tra le due super-potenze, gli Stati Uniti da una parte, che esercitava il suo controllo sulla Repubblica Federale di Germania, e l’Unione Sovietica dall’altra, che controllava la Repubblica Democratica Tedesca. In mezzo c’era l’Europa: l’Europa ancora divisa della Francia, del Belgio, del Regno Unito, dell’Italia, ma anche l’Europa della Cecoslovacchia, della Polonia, dell'Ungheria, della Bulgaria. E in mezzo c’era soprattutto il dramma di un popolo, quello tedesco, il popolo di Berlino che da un giorno all’altro si ritrovò vittima non solo di una separazione ideologica determinata dall’attraversamento di una strada, ma anche con una separazione fisica.

Ci raccontano le cronache dell’epoca che il 13 agosto 1961, ovvero all’alba di un giorno qualunque, le famiglie che abitavano sulla linea di separazione, su quella che poi divenne la ‘striscia della morte’, videro arrivare all’improvviso camion che trasportavano enormi cubi di cemento armato e in poche ore videro innalzare quel muro senza poter dire una parola, con la crudele consapevolezza che da quel giorno intere famiglie avrebbero vissuto separate la propria esistenza, dopo che solo la sorte aveva inaspettatamente deciso chi doveva trovarsi a ovest e chi a est. Immaginiamo solo per un minuto cos’abbia rappresentato per migliaia di persone pensare di non poter rivedere mai più i propri figli, i nipoti, un marito, una moglie o anche i genitori, immaginiamo quale dramma avremmo vissuto noi stessi dinanzi a quella che è stata una tragedia della disumanità.

Quel muro ha significato centinaia di morti in 28 anni, sono i  fuggiaschi sorpresi mentre cercavano di scavalcare il muro insuparabile, e parliamo solo dei dati ufficiali, perché è facile immaginare che le vittime siano state molte di più. E chi ha qualche capello bianco ricorderà certamente  i telegiornali dell’epoca che riportavano il triste resoconto di quei giorni, ma ricorderà anche quelle timide trattative che pure, negli anni ’80, lasciavano intravedere la speranza della caduta di quel muro. La svolta arrivò quando la stessa guerra fredda cominciò a perdere forza grazie a due statisti illuminati, Gorbaciov da una parte e Reagan dall’altra, due uomini che, superando le barriere seppure con stili diversi, non sempre e solo con l'arma del dialogo, capirono che era ora di tentare una reale pacificazione del mondo.

Ma accanto a questi due statisti, impossibile non ricordare i meriti, l'impegno e la strategica azione svolta da un grande Papa, dal Papa polacco, Karol Wojtyla, oggi San Giovanni Paolo II.

E la sera del 9 novembre 1989 abbiamo tutti assistito a quella rinascita: ricordiamo le lacrime di un popolo, i canti, i balli, la gioia che hanno invaso una nazione intera e che si è riverberata in tutta Europa. Forse non è azzardato dire che finalmente il 9 novembre 1989 è davvero finita la seconda guerra mondiale.

Sono trascorsi 30 anni in cui la nostra Europa ha fatto passi da gigante, comprendendo che solo camminando insieme è possibile crescere, competere, puntare a uno sviluppo complessivo dei popoli e soprattutto essere tutti garanti di pace. Perché il fine ultimo dell’Europa unita è quello, la pace, è l’avere un tavolo perennemente convocato attorno al quale ci si possa, anzi ci si debba, ritrovare per affrontare e risolvere qualunque diatriba, qualunque avversità, affinchè il dialogo sia l’unica arma nelle mani dei nostri governanti. Tanti passi in avanti ancora restano da compiere affinchè la nostra Europa possa dirsi realmente unita, perché non basta usare una moneta unica per sentirsi un unico popolo. Occorrono ancora nuove leggi, norme, capaci di garantire uguaglianza e pari dignità per tutti i paesi membri dell’Unione Europea, capaci di farci camminare mano nella mano pur nel rispetto delle peculiari identità. Ma il 9 novembre 1989 il primo passo è stato compiuto e i 1.300 metri lineari del Muro di Berlino conservati in piedi devono rappresentare per tutti noi e per chi verrà dopo di noi un monito chiaro: indietro non si torna. Non si torna alle divisioni, non si torna alle separazioni, non si torna ai conflitti e quell’Unione è l’unica arma oggi di cui disponiamo per difenderci dalle nuove minacce mondiali.

Oggi, da donne e uomini liberi, vogliamo rimarcare il significato del crollo del Muro che rappresenta la liberazione dalla paura e la conquista della libertà individuale, a cui nessuno dovrà più rinunciare. Questo, care ragazze e cari ragazzi, dovrà essere il vostro impegno per gli anni a venire!

Ma, prima di concludere il mio indirizzo di saluto e passare la parola al nostro Sindaco, consentitemi di ringraziare, in modo particolare, per la sua odierna presenza che rappresenta un privilegio autentico per la città di Pescara e per la preziosa testimonianza personale e familiare di quegli anni, S.E. Anna Maria Anders, Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia, figlia del generale Vladyslaw Anders che il 18 maggio del ’44 guidò il II Corpo d'Armata polacco nella conquista e nella liberazione di Montecassino dalle truppe tedesche che la occupavano, contribuendo in modo significativo anche alla liberazione di parte dell'Italia in un percorso condotto insieme alla nostra Brigata Maiella. E' doveroso ricordare a tutti e quindi anche a chi ha trovato difficile studiare un pò di storia, che il generale Anders riposa, per sua espressa volontà, accanto ai suoi compagni d'arme proprio nel cimitero militare polacco di Montecassino, in terra d'Italia!

E infine voglio salutare tutti con la citazione di un altro grande statista, John Fitzgerald Kennedy, nello storico discorso pronunciato il 26 giugno del 1963: ‘Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino. Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Io sono un Berlinese, Ich bin ein Berliner!"

Grazie a tutti!

A seguire, il discorso del Sindaco Carlo Masci

 

«Adesso crollerà anche l’Unione Sovietica. Siete pronti?». Sono le parole pronunciate nel 1989 da Lech Walęsa, leader di Solidarność, il sindacato libero polacco che dai cantieri navali di Danzica aveva sferrato le prime e decisive picconate al sistema simboleggiato dal Muro di Berlino. Il crollo di quella cicatrice di cemento armato e filo spinato nel cuore dell’Europa stupì il mondo per i tempi così rapidi e per l’effetto a valanga. La guerra fredda e la divisione del Vecchio Continente in due blocchi ideologici contrapposti si sgretolavano il 9 novembre 1989 sotto la non più sostenibile pressione della voglia di recuperare la libertà perduta. Dopo la seconda guerra mondiale le alchimie politiche delle conferenza di Jalta e Potsdam avevano portato alla realizzazione di quella che Winston Churchill, utilizzando una frase più volte adoperata in passato, chiamò con un’immagine forte «Cortina di ferro». L’Europa stremata da un conflitto da 50 milioni di morti perdeva la leadership, la Russia Sovietica prendeva il controllo militare e politico dell’area centro-orientale, soffocando speranze e aspirazioni dei popoli a un mondo democratico e giusto, senza più l’incubo del terrore nazista. Sconfitto il Terzo Reich, la pace non portava la democrazia ma una nuova forma di totalitarismo, questa volta incarnato da Stalin. Una parte d’Europa veniva allontanata dall’altra, come mai accaduto in passato. Un ferreo regime che non ammetteva alcuna forma di dissenso opprimeva polacchi, bulgari, cecoslovacchi, baltici, romeni, ungheresi, tedeschi, che nel corso dei secoli avevano contribuito a scrivere la storia della civiltà occidentale partecipando a tutte le sue fasi nelle arti, nelle scienze, nella cultura. Nel bene e nel male. Le tappe per scrollarsi di dosso la dittatura comunista le conosciamo tutti: le rivolte di Poznan e Budapest nel 1956, quella di Praga nel 1968. Conosciamo tutti anche la repressione di quei moti e il prezzo pagato col sangue di chi manifestava per il diritto insopprimibile alla libertà. In mezzo, nel 1961, c’è il Muro di Berlino. Nella ex capitale tedesca controllata dalle quattro potenze vincitrici della seconda guerra mondiale ma di fatto divisa in una zona libera e in una no, il regime comunista decise di estirpare il fenomeno delle fughe a ovest cominciando a realizzare nella notte tra 11 e 12 agosto un gigantesco muro sorvegliato da guardie armate con l’ordine di sparare a vista. Con grande ipocrisia il leader della DDR Erich Honecker ebbe la sfrontatezza di sostenere che quel muro era necessario per impedire un’invasione dei tedeschi dell’ovest verso il Paradiso socialista orientale, come se il verso degli ostacoli militari e della barriera non dimostrasse esattamente il contrario. Come se due milioni e mezzo di tedeschi non avessero già abbandonato la parte comunista per ricostruirsi un presente e un futuro nella Germania federale. Altri 5.000 avrebbero sfidato la sorte e la morte negli anni a seguire, altrettanti non ce l’avrebbero fatta, tra i 150 e i 250 avrebbero perso la vita nel tentativo di superare quel muro. Il 17 settembre 1980, in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica, veniva fondato il sindacato autonomo dei lavoratori, Solidarność​ appunto, che ben presto passò dalla fase della clandestinità a quella di movimento di massa. A fine 1981, l’anno del colpo di stato e della legge marziale imposta in Polonia dal generale Wojciech Jaruzelski, contava nove milioni di iscritti. L’ascesa al soglio pontificio del polacco Karol Wojtyła aveva già apportato nuova forza e nuova speranza nel cambiamento. Da Danzica e dalla Polonia partì il terremoto che avrebbe sconvolto la storia e la geografia dell’Europa, travolgendo in una seconda fase anche la stessa Unione Sovietica, come Walęsa aveva preconizzato. Le immagini di quel che accadde il 9 novembre 1989 sono patrimonio comune: l’incontenibile voglia di libertà, i picconi per abbattere quel simbolo odioso e odiato. Ma anche il grande murale con il bacio satirico tra Leonid Brežnev ed Erich Honecker e il violoncello di Mstislav Rostropovič che portò la spiritualità della musica a trionfare sulla materialità della divisione. Quando nel 2004 la Polonia e altri Paesi appartenuti al Patto di Varsavia, al Comecon, alla sfera di influenza sovietica, aderirono all’UE, si disse che erano entrati in Europa. I polacchi precisarono che non entravano in Europa, ma che tornavano in Europa. Non era una precisazione formale, bensì la riprova di una cicatrice che era finalmente rimarginata sulle macerie del Muro di Berlino. Accadeva appena trenta anni fa.

 

 







TORNA INDIETRO


HOME PAGE